A far spese a Km Zero

Beh con il succo di fiori di Sambuco uno Spritz Hugò e con la confettura di amarene di Modena, una bella crostata magari con la pasta frolla montata,  la posso Passare  liscia.

Ma con gli altri prodotti la semola e la farina di grano Verna macinata a pietra, mi sa che mi devo mettere al lavoro.

A domani vedremo cosa possiamo fare,con la semola di grano duro,  una pasta frolla salata per un torta ai formaggi.

Oppure una focaccia con farina macinata a pietra.

Amici che il Signore ce la mandi buona , così si dice no?

Grazie a tutti quelli che seguono questo post.

Aldo

 

 

GRAN TOUR D’ITALIA, L’EMILIA ROMAGNA: IL SALE DOLCE DI CERVIA

Gran Tour d’Italia, l’Emilia Romagna: il sale dolce di Cervia

Le saline di Cervia
di Aylin Caiola del blog Una famiglia in cucina.

Il viaggio alla scoperta dell’Emilia Romagna continua; siamo a Cervia, in provincia di Ravenna, nota località balneare che ogni anno attira numerosi turisti. Appoggiamo lo zaino per fare una bella passeggiata, ma non andiamo in spiaggia, la nostra meta sono le antiche saline di Cervia, per conoscere il suo Sale dolce.
Cervia è da sempre caratterizzata da acque poco profonde, invase dalle alghe, tanto da determinarne il suo nome di origine “Ficole” (importante per le alghe).
L’equilibrio tra le acque calme, la presenza di alghe ed il sole forte e diretto fu perfetto per la nascita del sale, e non in modeste quantità, ma con immense chiazze che ben presto attirarono l’attenzione mettendo in luce l’importanza che esso avrebbe avuto per la città.
L’origine delle saline è etrusca, e i romani proseguirono e ampliarono la produzione.

Il sale dolce di Cervia viene “coltivato” in modo artigianale; anche oggi è possibile osservare i maestri salinari, tutti volontari, al lavoro nella Salina Camillone.
Il nome Salina Camillone deriva da “camelle”, ovvero cumuli di sale, essa è di notevoli dimensioni e all’interno del museo del sale (MUSA) potete trovare un plastico che la rappresenta. Si estende per più di 23.000 m² (21.000 m³ di superficie evaporante e la restante parte di superficie salente).
La raccolta multipla, tipica della zona, è una raccolta quotidiana del sale cristallizzato per tutta la durata della campagna salifera.

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Nel periodo invernale le saline vengono sommerse dall’acqua per preservarle dalle intemperie, e verso il mese di aprile inizia la preparazione per un nuovo anno di raccolta.
Il processo consiste nel riempimento dei bacini dove si lascia concentrare l’acqua che viene solata più volte; il fondo dei bacini (5 in totale) viene compattato per renderlo consistente e impermeabile per dar il via alla produzione.
I bacini vengono lavorati a rotazione in modo che in 5 giorni venga completato un ciclo di raccolta; per aiutare il ciclo di cristallizzazione, dopo una giornata di esposizione al sole i bacini vengono nuovamente riempiti di acqua; tutto ciò fino alla fine di agosto quando sopraggiungono le piogge.

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Nel MUSA sono in esposizione tutti gli attrezzi che venivano utilizzati, tutti rigorosamente in legno, in quanto il sale corrode il metallo.

Con il gavaro il sale viene spinto dal fondo del bacino dov’è depositato, verso il centro per creare un mucchio parallelo all’argine; restando sotto al sole si ricopre di una crosta che lo protegge. In passato veniva coperto con delle stuoie fatte di canne di palude; oggi, con una pala piatta, il sale viene raccolto e lavato di tanto in tanto per eliminare il fango.

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Si carica il sale sulla paniera, poi sul carriolo e portato all’aia.
Oggi come allora, nel mese di settembre, il sale viene caricato nella burchiella, per poi essere stoccato nei suoi magazzini.
La burchiella è una barca con il fondo piatto, è inadatta alla navigazione e viene trascinata dall’uomo con l’ausilio di due corde.
Dentro al MUSA troviamo l’ultima burchiella, ancora in perfette condizioni; per motivi gestionali non viene utilizzata nel rito del trasporto sopracitato, ma ne è stata costruita una identica, per far sì che il tradizionale passaggio non venga dimenticato, ma ripetuto annualmente.

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Fino ai primi del Novecento la rimessa del sale durava circa due mesi. Oggi vengono utilizzati i nastri trasportatori, il lavoro è quindi più leggero e veloce.

Il sale è fondamentale per l’uomo e per gli animali, regola le funzioni cellulari e lo troviamo nel tessuto osseo, nel connettivo, nella cartilagine e nei liquidi cellulari.
È principalmente composto da cloruro di sodio, e da altri cloruri in percentuale variabile.
Ma perché il sale di Cervia è definito dolce? È chiamato in questo modo perché sono presenti pochissimi cloruri amari. Questo è possibile per il metodo di produzione unico di questo sale. La raccolta giornaliera e la posizione delle saline (sono le più a nord del pianeta) impedisce ai sali amari di depositarsi.
Il sale delle saline di Cervia viene sfruttato anche dal vicino centro termale, sono tante le proposte terapeutiche ed estetiche che il visitatore può trovare.
Le saline sono un ambiente unico, con una flora e una fauna uniche nel loro genere.

Le saline di Cervia sono parte integrante della città.
Sulle sponde del porto canale, oltre ad ammirare la bellezza del territorio, fa bella mostra di sé il museo del sale (il MUSA), la torre dei salinari e il magazzino; il Musa racconta le origini di questa cittadina, in esso si possono vedere gli attrezzi utilizzati, la burchiella originale e tantissimi schermi interattivi che parlano del sale dal punto di vista scientifico e religioso.

Un interessante contributo, dalla socia Antonella Vergari, che ha realizzato una ricetta per la quale si usa, in cottura, una mattonella di sale di Cervia:
Mattonella di sale di Cervia – per una cottura sana e senza grassi

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Bibliografia:
“Sistema Museale della provincia di Cervia” volume 18

GRAN TOUR D’ITALIA, L’EMILIA ROMAGNA: LE CRESCENTINE MODENESI

Gran Tour d’Italia, l’Emilia Romagna: le crescentine modenesi

Crescentine o tigelle?
di Grazia Parisi del blog Grazia in cucina.

Uno dei simboli della cucina emiliana sono le “tigelle“, nome ormai adottato da tutti per identificare le crescentine modenesi. Si tratta di un piatto semplice, per il quale servono solo farina, acqua, lievito e strutto, ingredienti di base di molte delle preparazioni tradizionali della cucina regionale. Ma è la maestria delle “azdore“, le massaie reggitrici delle case emiliane, che sa trasformare questi pochi ingredienti in un vero e proprio simbolo della cucina regionale.
Le Tigelle, nel tempo, sono state modificate, per adeguarsi allo stile di vita moderno, senza però rinunciare al gusto!

Ma perché si dice “tigelle”?
Siamo davanti ad un caso di “metonimia”, che si ha quando il prodotto prende il nome dallo strumento di cottura.
La tigella, infatti, è il testo di cottura delle crescentine: un disco di terracotta realizzato con un impasto di argilla, raccolta tra i castagni dell’Appennino modenese, polvere di calcite e acqua, che viene poi pressato in uno stampo di legno al cui interno viene inciso un disegno.
Il testo varia dagli 8 ai 15 cm di diametro e ha uno spessore di circa 1,5 cm. Il disegno più diffuso è la rosa celtica, anche se sono molte le famiglie che incidono il loro stemma sulle tigelle.
La cottura tradizionale delle crescentine avviene dunque in questo modo: si scaldano le tigelle sotto le braci, impilate in una struttura di legno chiamata “tignarol”; tra un disco di tigella e l’altro vengono messe una foglia di castagno e una crescentina.
Il calore rilasciato dalle tigelle cuocerà le crescentine in modo ottimale.

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Oggigiorno la cottura delle crescentine avviene con la “tigelliera” in ghisa, che potete vedere nella foto, al cui interno è inciso il disegno della rosa, o in moderne piastre elettriche di materiale refrattario.

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Il condimento più utilizzato per gustare la “tigella” è il pesto modenese, in dialetto “la cunza”, un battuto di lardo, rosmarino e aglio che viene spalmato all’interno della crescentina una volta cotta. Si aggiunge anche una bella spolverata di Parmigiano Reggiano appena grattugiato.
I moderni avventori non disdegnano le farciture più fantasiose, comprese quelle dolci.

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Vi lascio la ricetta delle crescentine
500 g di farina
1 cucchiaio di olio evo
1 cucchiaino di sale
1 bicchiere di latte
5 g di lievito di birra
Acqua q.b.

Sciogliete il lievito in un po’ di acqua tiepida.
Aggiungete alla farina il sale, il latte, l’acqua in cui è stato sciolto il lievito, l’olio e cominciate ad impastare (all’occorrenza aggiungete altra acqua) fino ad ottenere un impasto liscio ed omogeneo da lasciar lievitare fino al raddoppio. Ci vorranno circa due, tre ore.
Riprendete l’impasto, spianatelo con un mattarello e aiutandovi con un bicchiere di vetro ricavate dei dischi di pasta.
Cuocete le crescentine nell’apposita tigelliera, rigirando di tanto in tanto. Ci vorranno circa dieci minuti.
Se non avete a disposizione la tradizionale tigelliera potete utilizzare una padella antiaderente. Cuocete le crescentine, facendo attenzione a non bruciarle, alcuni minuti per parte.
Gustatele con i condimenti che più gradite.

Bibliografia:
Emilia Romagna terra di sapori di Stefania Simionato edizione maggio 2106
Ma sei di coccio? di Enrico Belgrado ebook edizione del 2013
Si ringrazia Modena today per alcune immagini

GRAN TOUR D’ITALIA, L’EMILIA ROMAGNA: I SALUMI DI MAIALE RAZZA MORA ROMAGNOLA

Gran Tour d’Italia, l’Emilia Romagna: i salumi di maiale razza mora romagnola

La Mora Romagnola, il suino bruno di Romagna
di Claudia Martinelli del blog La mora romagnola.

L’evoluzione industriale, negli ultimi sessant’anni, ha modificato molto i ritmi di produzione e di lavoro agricolo nonché le richieste del mercato favorendo, in tutti i campi, l’espansione di varianti ad alto rendimento, sia che si parli di coltivazioni che di allevamento.

L’Emilia-Romagna, grazie alla sua vocazione contadina, ha perpetuato negli anni l’allevamento di molte specie autoctone, nondimeno anche questa regione ha risentito dell’evoluzione dell’agricoltura e alcune di queste specie hanno rischiato di scomparire per sempre.
E’ il caso della razza suina denominata “Mora Romagnola”: se nel 1918 l’anagrafe ne contava più di 300.000 capi, nel 1949 la popolazione si era ridotta a circa 22.000 esemplari, sopraffatta da incroci ben più remunerativi e dalle carni più magre.
Negli anni ’90 i maiali di razza romagnola erano rimasti una quindicina, mantenuti da un vecchio allevatore faentino di nome Mario Lazzari.
I capi per ovvi motivi presentavano un alto grado di consanguineità, fattore che avrebbe impedito una regolare moltiplicazione in maniera naturale.
Fortunatamente il WWF, in collaborazione con l’Università degli Studi di Torino, è riuscito a non far estinguere questo suino: ad oggi sono decine gli allevamenti di Mora Romagnola dislocati in tutta l’ Emilia-Romagna, ma anche in altre regioni come il Piemonte e la Toscana.

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Nel cuore del Montefeltro, a Novafeltria, è situata l’ Azienda Agricola “I Fondi” di Lucio Zavatta, un giovane santarcangiolese che dal 2012 si dedica all’allevamento dei suini di mora romagnola e alla trasformazione delle loro carni e che ha gentilmente accettato di parlarmi del suo lavoro e dei suoi animali.
Lucio proviene da una famiglia di allevatori e, dopo un’esperienza decennale nell’ambito dell’allevamento intensivo, ha maturato il desiderio di poter lavorare in maniera più consapevole e rispettosa dei tempi e delle necessità naturali degli animali, in altre parole in maniera più sostenibile.
I suoi animali sono tutti registrati presso l’anagrafe suina dell’Associazione Nazionale Allevatori Suini ed egli segue un piano di selezione che gli permette di mantenere un basso coefficiente di consanguineità e quindi una genetica più forte.
Presso ”I Fondi” e tutte le aziende agricole che seguono il disciplinare Slow Food la carne viene trattata secondo i metodi tradizionali della norcineria romagnola; le condizioni di allevamento, il movimento libero nei pascoli, l’alimentazione, rendono la carne speciale, distinguibile principalmente dalla marezzatura data dal grasso intramuscolare.

Questa peculiarità rende la carne di Mora Romagnola perfetta per le stagionature lente, tuttavia, il consumo della carne fresca può sorprendere il palato, specialmente quello di chi è assuefatto a carni allevate con logiche industriali.

Le carni fresche de “I Fondi”, specialmente i tagli Boston butt, le ribs, pancette e salsicce, vengono spesso utilizzate dai ragazzi di Mad4BBQ, ormai molto noti nell’area di Romagna per le loro ottime preparazioni al barbecue di ispirazione americana con ingredienti del territorio.

Uno street food fusion di qualità che fa onore a questi suini neri.
Per produrre un “culetto” di Mora, Lucio Zavatta impiega ben 28 mesi dalla nascita dell’animale alla fine della stagionatura: tempistiche alle quali non siamo forse più abituati, ma alle quali dovremmo rendere il giusto omaggio con un consumo attento, per poter apprezzare gli incredibili sforzi e il grande orgoglio che c’è dietro questa razza riscoperta e il suo allevamento.

GRAN TOUR D’ITALIA, L’EMILIA ROMAGNA: LE ANTICHE RAZZE BOVINE AUTOCTONE, VACCA ROSSA E BIANCA VALPADANA

Gran Tour d’Italia, l’Emilia Romagna: le antiche razze bovine autoctone, vacca rossa e bianca valpadana

Una vacca di gran razza!
di Micaela Ferri del Blog Le ricette di Michi

Nella zona di produzione del Parmigiano Reggiano sopravvive l’antica razza bovina che ha dato vita al Re dei formaggi italiani. Presentiamo, innanzitutto, queste mucche.

La Rossa Reggiana è una razza autoctona del nord Italia, portata dalle popolazioni barbariche nel VI secolo d.C., dal cui latte, nelle abbazie dei monaci benedettini, otto secoli fa, ebbe origine il Parmigiano Reggiano.

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I primi riferimenti alla bovina Reggiana nell’area di Parma e di Reggio Emilia, attorno all’anno Mille, li possiamo trovare nei racconti di alcuni monaci (si trattava di animali presenti nelle stalle di Matilde di Canossa). La Razza fu presentata ufficialmente all’Expo di Vienna nel 1873 e le registrazioni genealogiche iniziarono nel 1950.
È caratteristico il colore fromentino del mantello, leggermente più chiaro nelle zone interne e inferiori delle zampe, attorno agli occhi e al musello.
Il latte è particolarmente adatto alla produzione di formaggio, visto l’ottimo equilibrio tra proteine e grassi. Proprio per queste caratteristiche, il Parmigiano che ne deriva, non viene posto in commercio prima dei 24 mesi di stagionatura: maggior sapore, aroma più marcato, totale assenza di lattosio.

Ma torniamo alle nostre vacche rosse.

Nel secolo scorso, questa razza – meno produttiva ma più rustica e longeva – fu progressivamente sostituita da altre più redditizie. Rischiò l’estinzione e fu allora che, un gruppo di allevatori, tenaci e lungimiranti, diede vita a un progetto di valorizzazione che favorì una ripresa costante del numero dei capi.
Incoraggiati dalla Regione Emilia-Romagna, si unirono in un Consorzio per far sì che gli allevatori della provincia di Reggio Emilia potessero conferire il latte delle loro mucche e iniziare nuovamente a produrre il Parmigiano in purezza.

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Chi sono questi intrepidi allevatori? Andiamo a conoscerli!
Siamo in compagnia di Marco Prandi, Presidente dell’Associazione Nazionale Allevatori Bovini di Razza Reggiana (ANaBoRaRe) e Presidente del Consorzio Vacche Rosse.

Quando è nata l’Associazione Allevatori Bovini di Razza Reggiana? Per quale motivo avete scelto di costituirla?

L’«Associazione Nazionale Allevatori Bovini di Razza Reggiana» (ANaBoRaRe) è nata nel 1956 ed è tuttora l’unico ente riconosciuto dal Ministero della Politiche Agricole Alimentari e Forestali italiano.
Si propone di promuovere e attuare le iniziative che possono contribuire al miglioramento, alla valorizzazione e alla diffusione del bestiame bovino di Razza Reggiana. In particolare, l’Associazione cura l’espletamento del lavoro di selezione attraverso il funzionamento del Libro Genealogico istituito nel 1996.
Si cerca di limitare il livello di consanguineità nella razza per mantenere e migliorare le caratteristiche di robustezza, rusticità e longevità che le sono proprie.
In questo modo, le caratteristiche qualitative del latte ottenuto, saranno sempre le migliori.
Non ultima, l’attività di riconoscimento del Parmigiano Reggiano da latte in purezza di fromentine.

Consorzio Vacche Rosse: qual è il suo compito?
Il Consorzio ha il compito di salvaguardare e promuovere il Parmigiano Reggiano prodotto unicamente con il latte di Rossa Reggiana.
Concentrando, ove possibile, in un unico caseificio il latte dei diversi allevatori di Reggiana e lavorandolo separatamente da quello delle altre razze presenti, si è riusciti a ovviare a uno dei principali problemi nella storia più recente delle Vacche Rosse. Questo è rappresentato, appunto, dalla distribuzione dei pochi allevamenti sul territorio e dallo scarso numero di capi rimasti che non consentono di lavorare in purezza il latte di rosse.

Perché il legame tra la razza Reggiana e il Parmigiano Reggiano è così importante?
Il latte di Razza Reggiana è particolarmente adatto per la produzione di Parmigiano Reggiano grazie all’elevata percentuale di caseina e alle buone proprietà di caseificazione. In particolare, il tipo di caseina meglio si adatta alla stagionatura prolungata, rendendolo particolarmente adatto alla produzione di Parmigiano Reggiano a lunga stagionatura. Per questo il Parmigiano Reggiano Vacche Rosse non viene posto in commercio prima del 24° mese, con tutti gli innumerevoli pregi che ciò comporta, raggiungendo agevolmente gli oltre 30-40-60 mesi di stagionatura.
Il sapore e l’aroma sono ricchi e ben equilibrati e ha un’ottima digeribilità. L’elevata presenza di calcio facilmente assimilabile, fosforo, proteine, aminoacidi essenziali e l’assoluta assenza di lattosio lo rendendo un alimento completo. È particolarmente indicato dai pediatri per i bambini, per gli sportivi che vogliono nutrirsi senza appesantirsi, per le donne che necessitano di un maggiore naturale apporto di calcio, per tutti coloro che vivono una vita intensa come quella di oggi.

Dove ha sede il Consorzio Vacche Rosse?
Siamo a Coviolo, una frazione di Reggio Emilia, nella sede dello storico caseificio, dove, nel 1991, si iniziò a produrre il Parmigiano Reggiano con il latte di sole Vacche Rosse reggiane.
Ci troviamo all’interno dell’azienda agricola sperimentale collegata all’Istituto Tecnico Agrario Statale, all’Istituto Professionale per l’Agricoltura e all’Istituto Alberghiero. Siamo molto fieri di questa realtà, perché consente di mantenere molto forte il legame con il territorio e di avere una costante attività di formazione ed educazione nei riguardi dei giovani.

Quante forme di Parmigiano Reggiano vengono prodotte ogni anno?
Nel 2016, le forme di solo latte di Rossa sono state circa 15.000, di cui quasi 12.000 prodotte dalla trentina di soci del Consorzio. Siamo quindi i maggiori produttori.

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Come riconoscere il Parmigiano delle Vacche Rosse?
Ogni forma del Parmigiano Reggiano Vacche Rosse riporta la marchiatura del Parmigiano Reggiano tradizionale: contiene la dicitura DOP prevista dalla regolamentazione dell’Unione Europea. La punteggiatura, col nome Parmigiano Reggiano, impressa a fresco su tutto lo scalzo della forma, individua il nome e rappresenta il marchio di origine.
Su ogni forma, assieme alla dicitura DOP, al mese e all’anno di produzione, si può trovare  un numero, proprio di ogni caseificio. Consultando l’apposito prontuario del “Consorzio di Tutela” è possibile risalire al singolo produttore.
Quando il Parmigiano Reggiano avrà circa un anno d’età sarà esaminato dagli esperti del “Consorzio del Formaggio Parmigiano Reggiano” e segnato a fuoco con il marchio ovale recante la dicitura Parmigiano Reggiano Consorzio di Tutela: attestazione dei requisiti prescritti dallo standard produttivo.
Il Parmigiano Reggiano delle Vacche Rosse riposerà e maturerà altri dodici mesi. Quando le forme avranno raggiunto i due anni d’età, gli esperti dell’«Associazione Nazionale Allevatori Bovini Razza Reggiana» valuteranno la qualità della forma e a questo punto sarà impressa a fuoco la preziosa incisione delle Vacche Rosse.
Ogni forma, inoltre, è contrassegnata da un codice alfanumerico riportato su di una placca di caseina che accompagna la forma per tutta la durata della propria vita: per il suo tramite è possibile risalire al giorno di produzione, al caseificio produttore e agli allevamenti coinvolti nel conferimento del latte per produrla.

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Parente stretta della Rossa Reggiana è la Bianca Modenese. Sembra infatti che quest’ultima abbia avuto origine da bovini dal manto fromentino, incrociati a più riprese con bovini grigi di tipo Podolico, e successivamente selezionati per il colore bianco.
L’allevamento della Bianca Modenese è da sempre legato alla produzione di Parmigiano Reggiano e si può tranquillamente dire che la produzione nei territori fra il Secchia e il Panaro si è sviluppata usando come materia prima il latte della Modenese.
Nei primi anni del Novecento, i Consorzi Zootecnici Comunali contarono più di 52.000 bovini iscritti, ma la consistenza della razza si aggirava probabilmente sui 200.000 capi.
Nel 1935, il Ministero dell’Agricoltura approvò gli standard di razza e ribattezzò la Bianca Modenese, in Bianca Val Padana.
Dopo la Seconda guerra mondiale ha inizio, anche per questa razza, il progressivo declino, a favore di varietà di bovini che assicuravano una maggior produzione di latte e una migliore predisposizione alla mungitura meccanica. La Modenese, infatti, ha mammelle lunghe e grosse che mal si prestano alla mungitura meccanica; la forma del suo bacino, poi, rende difficoltosi i parti.
Gli allevatori modenesi sono stati meno lungimiranti dei vicini reggiani, dimenticando la loro mucca bianca. Oggi, purtroppo, si contano circa un migliaio di capi, di cui solo duecento idonei alla produzione di formaggio, sparsi in una ventina di allevamenti.

Nel 2005 nacque il progetto “Salviamo la Modenese”, che vide la Provincia di Modena affiancare Slow Food. Questo progetto decolla con il caseificio di Rosola di Zocca, un paese sull’Appennino Modenese, che inizia a produrre in una delle sue cinque caldaie, Parmigiano di sola razza Modenese.

L’anno successivo questo Parmigiano diviene un Presidio Slow Food.

Nell’ottobre 2006, a Modena, venne costituito il “Consorzio Valorizzazione Prodotti Bovini di Razza Bianca Valpadana-Modenese”. Il 4 aprile 2007, questo presentò al pubblico, alla stampa e ai consumatori, in occasione del Salone del Gusto di Torino, la prima forma di Parmigiano Reggiano fatto con il latte di Bianca.

Nonostante gli sforzi e la volontà messi in campo, ancora oggi i dati di produzione non sono troppo significativi, sempre con un migliaio di capi esistenti e con una o due forme al giorno di Parmigiano di Bianca (prodotte solo a Rosola) sulle 9.500 forme prodotte in tutto il comprensorio.
Il formaggio di Bianca Modenese porta dentro il sapore della sua terra e custodisce nelle sue forme una lunghissima storia che non deve essere dimenticata. La sua valorizzazione passa soprattutto attraverso la sensibilità e il buongusto dei consumatori disponibili anche a spendere qualcosina di più per prodotti genuini e pieni di gusto, come il formaggio e le carni prelibate di questo straordinario bovino tradizionale.

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Vacche rosse reggiane, riferimenti al sito e tutte le foto utilizzate:
Associazione Nazionale Allevatori Bovini di Razza Reggiana
Consorzio Vacche Rosse
Vacca bianca modenese
Consorzio Bianca Modenese
Presidi Slow Food

A far spesa in un negozio internazionale

Ieri pomeriggio mi sono recato a Modena, era da tanto tempo che volevo fare qualche acquisto  di prodotti particolari.

Il fatto che questo negozio chiuderà a fine marzo e intanto tutti i prodotti hanno uno sconto del 40% , anche le scaffalature .

Te libri, Zuccheri, caffè, spezie,  cioccolato ormai ne rimane veramente poco. Comunque merita anche solo per conoscere i titolari , che promettono che riapriranno più forti di prima. Ne sono sicuro.

La confettura incontra il formaggio

Tra i miei appunti ho trovato questa schema che mi ero fatta, chissà quanto tempo fa, durante una visita in un caseificio in provincia di Parma dove vari formaggi incontravano le confetture. Che sia nato l’ idillio? Vediamo…. Confettura di pera e noci: parmigiano reggiano, formaggi stagionati Confettura di rose: formaggi saporiti a media stagionatura Confettura pera […]

via La confettura incontra il formaggio — Sorsi di vino e chiacchiere